RICCHEZZA INGIUSTA

In un sogno recente mi sono assegnato candidamente una patente di serafico b…do o, secondo le preferenze linguistiche, di candido f… di p…, collocando queste espressioni nel contesto morale dei film di Sergio Leone:
di tale sogno del 20 gennaio ho conservato un endecasillabo, che ho subito segnato nel mezzo della notte:

“Sordo taccio a ogni ricchezza ingiusta”.

Riconosco ancora una volta che il sogno è sussidiario del mio pensiero diurno.

Non possiamo escludere a priori che uno dei versi più noti del Petrarca

“Solo et pensoso i più deserti campi” [1]

gli sia venuto come a me via sogno:
ma tutto è fatto affinché il carattere squisitamente intellettuale del sogno, e il carattere squisitamente pratico dell’atto intellettuale, venga negato.

B…o o f… di p…a sì, perché la ricchezza è ingiusta, ma da secoli abbiamo deciso che non possiamo farci niente, benché i nostri anni recentissimi ce lo ricordino sguaiatamente:
infatti è ingiusta la ricchezza che si produce in regime economico di salario (vedi Marx e Francesco, uomini di pensiero, martedì 13 dicembre), ma lo è tanto più chiaramente in questi anni in cui la ricchezza si produce appunto sguaiatamente con salario progressivamente discendente (diminuzione del numero di salari o disoccupazione, diminuzione del valore assoluto dei salari, diminuzione del valore relativo dei salari):
l’espressione “giusto salario” o “giusta mercede” è un ossimoro.

Ma neppure mi … sogno di ravvisare un solo granello di soluzione negli incendi odierni ad Atene come già nelle jacqueries medioevali.

Mi curo solamente di osservare una delle principali verità politiche oggi maggiori rispetto a ieri:
ossia che la censura non è ottenuta anzitutto con la violenza fisica, bensì mettendo il pensiero contro il pensiero, un pensiero del tipo “certe cose non si pensano nemmeno”, per esempio che la ricchezza come la conosciamo storicamente è ingiusta, e sordi tacciamo:
sordi tacciamo agli effetti del pensiero non della protesta, che è protesta di sordi e muti sguaiati di fronte alla sguaiatezza, complici.

___________

[1] Un’altra volta sarà il caso di parlare di Laura (come pure di Beatrice), la dimostrazione della cui esistenza non è meno ardua che quella di “Dio”.

martedì 14 febbraio 2012

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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