SUICIDIO DI GUERRA

Telegrafia di un’intervista appena rilasciata a un quotidiano a proposito dei recenti numerosi suicidi nella “crisi”.

Ho prima ricordato il suicidio che ha inaugurato una nuova epoca, quella del monaco buddista che si è dato fuoco nel 1963 a Saigon contro l’occupazione americana:
sappiamo che più monaci tibetani hanno ripetuto l’atto contro l’occupazione cinese.

Il senso del mio richiamo storico è quello di correggere l’idea comune, quasi incorreggibile, che i suicidi odierni (imprenditori, soggetti a esazioni insostenibili, licenziati) abbiano compiuto questi atti da “poverini” o “vittime”:
non è così, sono stati atti di guerra, atti di violenza, come quelli dei monaci:
quella stessa violenza per cui Freud scriveva che il suicidio è un omicidio rivolto strumentalmente contro la propria persona come sintesi dell’universo:
è un caso sublime (?) del farsi giustizia con le proprie mani.

Non ho affatto detto che sono a favore:
ho solo annotato il cambiamento di senso dell’atto.

Ho già scritto del suicidio virtuoso (?) di Antigone:
si tratta di violenza rivolta indiscriminatamente alla società intera.

Non faccio concessioni neppure per il suicidio militante musulmano.

Qualcosa resterebbe però da dire (un’altra volta).

martedì 8 maggio 2012

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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