“TRA ME E DIO”: IL SANTO OSSIA IL PERMESSO, E LA CENSURA

Vivo alla giornata:
infatti ho appena appreso che questa espressione “Tra me e Dio” che ho evocato (in “La fissa della morte”, lunedì 16 febbraio) ha fatto effetto, tra credenti come tra miscredenti:
vediamo.

San Francesco è passato alla storia, come già Gesù, come un Sant’Imbecille o un San Cretino (già detto: crétin da chrétien), ambedue espropriati del pensiero:
è ciò che mi ha fatto dire che la crocifissione continua da una ventina di secoli, a parte quel primo episodio, deplorevole sì ma comprensibile (a condizione di comprenderlo).

Quanto a Francesco, se ne è fatto l’idiota della povertà, mentre la sua “povertà” era già ciò che ho chiamato “talento negativo”, intelligente passaggio dialettico per la produzione di ricchezza tra un S (soggetto) e un A (altro soggetto), partner:
è il pensiero san(t)o, già detto pensiero di natura, in particolare non paranoico:
ne ho derivato il mio “eremita”:
tra le nefandezze della storia c’è la clericalizzazione o pretizzazione dei francescani, laici per pensiero nonché volontà del fondatore.

A proposito degli insensati bavardages sulla morte in questi mesi, nelle opposte partigianerie, rammento la notizia biografica sulla morte di Francesco:
egli si è fatto distendere nudo sulla nuda terra nel mese di ottobre 1226, mese non caldo, anticipando così la propria morte, con risparmio di pena, di giorni o settimane o forse mesi, con il sopportabile costo di un freddo anestetico, rozza morfina d’epoca, letale nel caso di Francesco:
l’avesse fatto un altro gli si sarebbe stata imputata l’associazione di suicidio e eutanasia, e poiché i seguaci lo hanno assecondato, avrebbero potuto venire imputati di concorso in omicidio:
ciò egli faceva “tra me e ‘Dio’ ” senza comando né autorizzazione, cioè in regime di puro permesso non richiesto, o di iniziativa.

Ora, do solo un’indicazione elementare.
io gioco a “Padre” (non il papà, grazie a Freud, bensì il Padre del “Padre nostro”), ma non gioco più alla puerilità di “Dio” (di cui Padre” è solo un predicato, ma allora Babbo Natale come ridicolo Sommo Papà), anche sapendo che poi finisce in un lutulento “Mistero”, non solo infantile ma anche imbroglione.

Parto dal sapere:
che di “divino” c’è solo un dato palese, osservabile nella sua efficacia:
è il pensiero, legislativo in quanto tale, l’unica trascendenza certa rispetto alla natura:
il nostro corpo ha moto solo grazie alle sue leggi positive ossia poste per competenza individuale:
so che mi si fa obiezione, osservo soltanto che questa obiezione abolisce ogni concetto di moralità (imputabilità).

Il pensiero superiorem non recognoscit, non perché non vuole ma perché è già “divino”, e proprio per questo si sottomette al divino (pensiero) quando lo incontra, lo incontra degnamente intendo.

Nella mia miscredenza dialettica non sono ateo, anzi essa è la condizione per non esserlo, e insieme per non essere religioso:
semplicemente, non rifiuto preliminarmente di incontrare e riconoscere uno prima di me di cui io sia “a immagine e somiglianza”, se prenderà l’iniziativa di farsi vivo:
e non avrò la puerilità, o peggio, di cercare le “prove” della sua esistenza, perché potrei offenderlo (io non permetto a nessuno di provare la mia esistenza).

Il significato dei predicati “onnipotenza” e “onniscienza” resta da assegnare, con sorprese.

Quanto al predicato “amoroso”, escludo che significhi filtro d’amore divino (innamoramento).

In conclusione, che io me la veda “tra me e dio” è il minimo della dignità, della moralità, dell’amore, una relazione che superiorem non recognoscit.

Resta da aggiungere che, Papista come sono, neppure la Chiesa – come già la Società e il Partito – ha giurisdizione nell’ambito dei miei commerci con Dio, sul “tra me e Dio”.

E ciò iuxta propria principia, non quelli della natura (B. Telesio) bensì della Chiesa:
infatti in caso diverso non esisterebbero i Santi, che tali sono perché liberi commercianti con Dio, nei quali commerci non domandano permesso alla Chiesa, e non ne attendono comandi (né educazione):
il santo non è qualificato dall’obbedienza ma dall’iniziativa:
un santo non chiede permesso, semplicemente se lo prende senza comando né proibizione, e non per disobbedienza ma perché nel caso questi due casi non si danno.

Così riqualificato, il san(t)o è l’unico oggetto della censura, che colpisce solo il metterci del proprio.

Ossequio la Chiesa per il suo riconoscimento, almeno in linea di principio, dei Santi, pur che si riconosca che il santo è un’eccedenza inattesa rispetto alla Chiesa stessa (non è in programma):
il san(t)o non ha marchio, punzone da FIAT, sia pure per fiat voluntas tua:
la Chiesa non ha giurisdizione su “tra me e Dio”.

Il santo non è un bravo ragazzo.

A qualcuno sembrerà comico che io dica che sono psicoanalista proprio come un tale libero commerciante con “Dio”, il che Freud ha fatto prima di me.

Milano, 24 febbraio 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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