UN PENSIERO ECONOMICO

[Questo articolo è appena apparso su “IL”, supplemento mensile del Sole-24 Ore, febbraio 2009, n. 6, p. 68, numero specialmente dedicato alla crisi economica. Vi sono presentato come “Psicoanalista cattolico”.]

Tratteggio appena, con telegrafia estrema, il mio passaggio da un pensiero a un altro pensiero.

D’accordo, libertà e rispetto per ogni religione e irreligione: nel mio mestiere il rispetto è più di un valore, è un principio personale comportamentale tecnico.

Sono uno psicoanalista, freudiano senza riserve, ancora sorpreso delle risorse attuali del pensiero di Freud. Appunto, pensiero. Lui concepiva il pensiero, proprio e altrui, come un organo ossia con vita propria, per esempio come il fegato, altamente elaborante e a un tempo piuttosto umorale, affettivo. Per lui il pensiero, nel meglio ma anche nel peggio, è un motore, a un tempo affettivo e economico: investimento, produzione, profitto o perdita, anche nei suoi momenti più astratti o speculativi. Specula, in doppio senso, sempre, a costo di imbrogliare anche logicamente.

Nell’affettivo lo chiamava “libido”, correlata con i sessi sì, ma nulla a che vedere con la vecchia stupida e diffamante idea di “libidine”, parola nata nell’equivoca storia del linguaggio.

Nell’economico, il pensiero opera nell’ordine del profitto (Gewinn), a ogni costo compreso il caso di preferenza per i costi anziché i benefici (è il caso della psicopatologia).

Scusandomi per questa corsa telegrafica, vengo al mio passaggio di pensiero grazie a Freud.

Prima, ero semplicemente uno nato sotto una parrocchia come altri nascono sotto un cavolo. Nessuno mi aveva mai insegnato che, fede o non fede, c’era stato un altro pensiero simile, un pensiero pensante, razionale, magari da disputare ma pensiero, che era il pensiero di Cristo, costruito con vigore logico.

Sorvolo sul suo “libidico”: ora lo dico come pensiero economico, non roba da Orsoline.

In esso tutto è “buttato” in economia, e non di sopravvivenza ma di profitto: talenti, mine, perla, tesoro, frutto, cento per cento, retribuzione oltre il salario, perfino riciclaggio economico della competenza dei disonesti. Lo stesso “figliol prodigo”, tornato arricchito più che da un Dottorato in Economics, disponendo ormai di un duplice sapere – su quale è il business migliore e sugli errori economici che si possono commettere -, viene logicamente promosso a Presidente del CdA.

La frase forse più emblematica di un tale pensiero è: “L’albero si giudica dai frutti”. Mi preme osservare che questa proposizione ha, oltre al suo ovvio valore economico, anche valore filosofico o metafisico in opposizione alla metafisica greca: in questa (Parmenide) l’albero si giudica dall’albero. Economia versus ontologia.

Ancora con parole filosofiche: essere è ben-essere, squilibrio nel profitto, e non sufficienza o equilibrio, sempre pericolante verso la crisi e l’indigenza.

Considero economica perfino la sua precisa distinzione tra profumi e deodoranti, la cui confusione olezza la nostra civiltà (anche in termini di classe, vedi pubblicità “intima”).

Si ripensi al contenuto logico, non fideistico, di pensieri come “incarnazione” e “resurrezione”, intelligibili anche nella perfetta miscredenza, anzi alla condizione dialettica di questa: anche per “Dio” (diciamo la solita onnipotenza e onniscienza, per quel che gli serve) avere un corpo umano è desiderabile, come un profitto in sé. Molti gli farebbero un TSO.

Ecco un pensiero non religioso, oltre che non ontologico.

E’ un pensiero eminentemente disputabile (del resto quei quattro libriccini che chiamiamo “Vangeli” sono una disputa permanente), perfino al punto di giudicarlo malissimo e degno della forca (all’epoca la croce). Infatti come si è permesso, a dodici anni, di trattare i propri genitori tanto a muso duro da minacciarli di togliergli il saluto? (per questo è stato accusato di non avere il senso della famiglia). E soprattutto, come ha potuto permettersi di dire frasi paurose come (non unica): “A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Dovrebbe rispondere alla domanda: “Che cosa ha chi non ha”?

[Ho dedicato a questa domanda l’articolo: “Chi non ha, che cosa ha?”, lunedì 2 febbraio.]

Milano, 17 febbraio 2009

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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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