VA’ …

A un mio cliente che citava “Va’ dove ti porta il cuore” di S. Tamaro (1994), ho istantaneamente e “istintivamente” replicato con telegrafica esegesi:
“Va’ff …!”, malgrado la mia prudenza nell’adozione di questo lessico.

Il solo “Va’ ” che apprezzo è quello biblico “Va’ nella terra …” che, quand’anche lo ritenessi mito e non verità storica,
.- e senza perdermi nelle chiacchiere da stanchezza filosofica su verità e mito -,
designa nella terra dei corpi una vocazione che rintraccio comunque anche se nessuna Bibbia l’avesse promulgata.

Possibile che la Tamaro non abbia mai sentito dire che per fabbricare un malato ci vogliono almeno tre generazioni?:
non era obbligata a convenirne con Freud, era però tenuta a tenerne conto anche solo per noblesse letteraria, visto che il suo è un romanzo di trasmissione morale (“psichica”) transgenerazionale.

Pazienza, non lo ha fatto, però “lo” ha fatto lo stesso, che cosa?:
appunto la tecnica della trasmissione genealogica della patologia, della ninna-nanna melanconica, degli alti bassifondi dello spirito, ossia la continuità incarnata di un ossimoro che gli psichiatri hanno asetticamente descritto come “bipolare”:
che cosa si può fare con il lessico!

Si tratta con precisione della melanconia di uno dei più qualificanti scritti di Freud:
melanconia in opposizione tanto formale quanto militante al lutto e con esclusione di questo, ossia l’eternità dell’errare dove porta il cuore melanconico.

Memoria come eredità senza beneficio d’inventario.

Ma in verità non me la sto prendendo con il romanzo della Tamaro, al contrario ne faccio tesoro:
sto infatti dicendo che una Tamaro resipiscente sarebbe un’eccellente psicoanalista, e insieme resterebbe scrittrice come mai gli psicoanalisti hanno saputo essere dei loro “casi”.

Questi, fino all’inizio della loro guarigione, sono stati casi della suddetta trasmissione generazionale, di “ontogenesi che ricapitola la filogenesi”:
a guarigione iniziata come il “Va’” di corpi, iniziano vite capaci di “lasciare che i morti seppelliscano i loro morti”:
quelli che con tipica parolaccia psicoanalitica chiamiamo “fantasmi”, privi di verità e della dignità del mito grazie al suo nocciolo di verità:
ossia vicende non più intessute nella trasmissione della vendetta, quella che neppure conserva memoria del delitto.

Milano, 23 novembre 2009

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Pubblicato su www.giacomocontri.it


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Data di pubblicazione: 05/06/2016

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